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Il suicidio: aspetti medico legali e psichiatrici

Analisi sulla realtà della provincia di Trieste

Silvia Oggiano**, Mauro Arcieri*, Francesca Bertossi°

** Psicologa, membro del comitato scientifico del Centro Studi Scena del Crimine * Medico Chirurgo Specialista in Medicina Legale e delle Assicurazioni, Medico Legale Esterno in convenzione con I.N.P.S. sede provinciale di Trieste ° Medico Chirurgo Specialista in Psichiatria, DSM ASS. 1 Triestina

Introduzione

 Shneidman (1985) ha definito il suicidio come “l’atto umano di autoinfliggersi intenzionalmente la cessazione della vita” e, ancor prima, Durkheim (1897) lo ha definito come “tutti i casi di morte risultanti direttamente o indirettamente da un atto positivo o negativo della vittima, consapevole delle conseguenze del proprio agito”.  Nel mondo scientifico internazionale non esiste, invece, una definizione unica in grado di indicare i comportamenti ad esito non letale. Le denominazioni differenti che vengono utilizzate sono “tentativo di suicidio”, “parasuicidio”, autolesionismo intenzionale o deliberato”, comportamento suicidiario fatale o meno” e altre ancora (Cassano GB et al, 1999, Skegg K 2005).

La patologia psichiatrica che si ritrova associata più frequentemente al comportamento suicidarlo è la depressione maggiore, con una prevalenza lifetime valutata attorno al 40% (Malone K.M. et al. 1995) e con valori maggiori in caso di disturbo bipolare (Oquendo M. et al. 2000).; mentre nei pazienti con schizofrenia, la prevalenza lifetime di suicidio risulta essere intorno al 10% (Roy A. 1982). Il comportamento suicidarlo si ritrova con alta frequenza tra individui con dipendenza da sostanze stupefacenti, come eroina e cocaina (Darke S. et al. 2002), con un’incidenza annuale pari al 6-10% (Darke S et al. 2001). Risulta più frequentemente interessato il sesso femminile, e si è registrata la presenza di familiarità per comportamento suicidario, co-morbidità con depressione, disturbi di personalità e dipendenza alcolica, storia di abusi e traumatismi infantili (Roy A. 2003). Tra i tossicodipendenti il suicidio rappresenta una delle principali cause di morte, dopo l’overdose, le malattie fisiche, i traumi (Hser Y et al 2000), risultando 14 volte più frequente  rispetto alla popolazione generale (Harrisi E.C.; Barraclough B. 1997). Il disturbo borderline di personalità risulta essere associato ad elevati tassi di comportamento suicidario: si stima che oltre il 10% di soggetti con questa diagnosi muoia per suicidio, una percentuale simile a quella emersa dagli studi sui soggetti con disturbi quali la schizofrenia e la depressione maggiore (Paris J et al. 2001). L’eventualità suicidaria risulta elevata anche per la presenza di fattori di rischio legati ai disturbi in asse I (Hawton K et al. 2003). Un storia di precedenti tentativi di suicidio costituisce il principale fattore di rischio per il suicidio (Safinofsky I. 2000). Soggetti con tale anamnesi presentano un rischio suicidarlo 50-100 volte più elevato entro il primo anno rispetto alla popolazione generale (Owens D et al. 2002; Hawton K, Fagg J. 1998). Inoltre è stato calcolato che circa la metà dei soggetti suicidi abbia compiuto tentativi suicidari prima dell’evento fatale (Isometsa E.T., Lonnqvist J.K. 1997, Foster et al. 1997).

In questo articolo, affronteremo diverse questioni legate all’indagine sulla morti sospette, ovvero quei casi in cui le cause della morte dell’individuo non sono chiare, potendosi trattare di suicidio, omicidio, incidente o morte per cause naturali. Infine, concentreremo l’attenzione sulla realtà della provincia di Trieste, fornendo diversi dati sui casi di suicidio avvenuti nella zona .

 L’autopsia psicologica

Le indagini in caso di sospetto suicidio devono essere condotte con la stessa precisione e tenacia di un caso di omicidio. Alcuni investigatori ritengono che le indagini sui probabili suicidi suscitino a volte più critiche e meno interesse di quelle su un omicidio perché: a) esiste, purtroppo, ancora una specie di “marchio di infamia” culturale che segna la famiglia del suicida; b) spesso i familiari e gli amici provano un senso di colpa per non aver cercato di impedire l’atto, o si sono convinti che altri pensino questo di loro; c) il suicidio può provocare ripercussioni economiche sulla famiglia molto ingenti (vedi ad es. l’assicurazione sulla vita).

È bene sottolineare che l’accertamento di un suicidio non deriva secondo logica dal semplice fatto che non si tratta di omicidio. Il suicidio deve essere provato e le indagini devono stabilirlo con prove chiare e convincenti capaci di eliminare ogni dubbio sul fatto che l’azione sia stata commessa da quella persona specifica. La morte di un individuo, dunque, deve essere indagata non solo dal punto di vista medico, attraverso la dissezione e l’esame del corpo e dei suoi organi interni, ma anche da quello psicologico, attraverso quella che è stata definita per la prima volta da Edwin Schneidman – fondatore dell’American Association of Suicidology – “autopsia psicologica” (Schneidman, 1994).

Essa consiste in una procedura di indagine sulla morte di un individuo per ricostruire il suo stato e processi mentali, comportamento, pensieri, emozioni, relazioni personali e caratteristiche di personalità, al fine di formulare ipotesi in merito alle cause della sua morte. Si tratta dunque di un metodo di ricerca attraverso il quale una serie di informazioni retrospettive vengono raccolte a partire da documenti personali (lettere, scritti, diari, lettere d’addio, disegni), relazioni della polizia, del medico legale, del personale delle strutture sanitarie e, soprattutto, dai colloqui strutturati con familiari, amici e tutti coloro che hanno avuto una relazione significativa o anche un semplice contatto con la persona deceduta. Nata in origine come strumento per l’indagine su morti equivoche, successivamente ha cominciato ad includere l’analisi di suicidi non equivoci, con l’obiettivo finale di ridurne la probabilità all’interno di gruppi di individui con le stesse caratteristiche dei soggetti studiati (Jones, 1977; Neill, Benensohn, Farber, & Resnick, 1974).

I primi studi moderni sull’autopsia psicologica sono stati condotti negli Stati Uniti: nel 1956 Eli Robins e colleghi della Washington University di S.Louis analizzarono attentamente 134 casi di suicidio per un periodo di un anno (Robins et al., 1959); successivamente Dorpat e Ripley replicarono i risultati in un secondo studio nell’area di Seattle (Dorpat, Ripley, 1960). Nello stesso periodo il medico legale di Los Angeles chiese a Robert Litman, Norman Farberow ed Edwin Schneidman del Los Angeles Suicide Prevention Center (LASPC) di aiutarlo a dare una spiegazione all’elevato numero di suicidi legati all’abuso di droghe avvenuti in quel periodo.

In un secondo momento i ricercatori svilupparono un metodo finalizzato a comprendere se la vittima ha commesso suicidio, è morta accidentalmente o per cause naturali e se è stata curata adeguatamente prima della morte (Litman et al., 1963).

Nel 1987 lo psicologo forense Bruce Ebert passò in rassegna la maggior parte di ciò che era stato scritto sul tema al fine di individuare le diverse aree che dovrebbero essere indagate nel corso di un’autopsia psicologica, a partire dagli eventi accaduti prima della morte fino al background familiare del deceduto. Un’altra revisione fu condotta nel Regno Unito da Hawton e colleghi (Hawton et al., 1998). Gli autori suggerirono di indagare le seguenti aree: il background familiare, inclusa l’eventuale presenza di disturbi psichiatrici e condotte suicidarie, la relazione con il partner, con la famiglia e gli amici, la presenza di supporto sociale, le condizioni abitative, il lavoro, eventuali disturbi psichiatrici e di personalità, precedenti tentativi di suicidio ed eventi traumatici passati. Più recentemente, nel 2001 Isometsä, del Mood Disorders & Suicide Research Unit dell’Istituto di Salute Pubblica finlandese ha revisionato più di 20 fra i maggiori progetti di autopsia psicologica che sono stati condotti nel Nord America, in Europa, Australia e Nuova Zelanda, Israele, Taiwan ed India fino all’anno 2000. La prima generazione di studi erano solamente descrittivi e presentavano alcuni limiti metodologici; solo recentemente sono stati utilizzati campioni rappresentativi e gruppi di controllo. Tuttavia, allo stato attuale, non vi sono linee guida sistematiche relative alle procedure che dovrebbero essere seguite. Ogni studio ha utilizzato differenti tipi di interviste, alcune delle quali strutturate e altre più flessibili e adattate alle caratteristiche degli informatori.

In caso di morte violenta e improvvisa la legge finlandese prevede un’indagine medica e legale per valutare l’eventualità del suicidio. Per questo motivo, i ricercatori del National Suicide Prevention Project condotto in Finlandia fra il 1987 e il 1988,  stabilirono una procedura per l’autopsia psicologica, che fu descritta da  Isometsä e colleghi, e che coinvolgeva:

  • interviste strutturate faccia a faccia costituite da 234 item con membri della famiglia, riguardanti il comportamento quotidiano della vittima, l’uso di alcol e altre droghe, precedenti tentativi di suicidio, eventuale ricerca di aiuto da parte del soggetto ed eventi traumatici;
  • Interviste strutturate costituite da 113 item rivolte al personale sanitario in merito alla salute della vittima, le cure a cui era stata sottoposta, il livello di funzionamento e gli stress psicologici;
  • interviste non strutturate con amici, parenti e altre persone a lei vicine;
  • informazioni ricavate dal certificato di morte, relazioni mediche, psichiatriche, forensi, rapporti della polizia e biglietti di addio.

Infine, nel 2006  Bonicatto, Garcìa Pèrez e Lòpez svilupparono una intervista strutturata per la somministrazione ai familiari e amici del deceduto con l’obiettivo di indagare la sua storia medica e psichiatrica, abuso di sostanze, difficoltà economiche, problemi relazionali, problemi lavorativi, stile di vita, problemi con il partner e segnali precedenti al suicidio. Essi inclusero anche un’intervista clinica standardizzata per la diagnosi secondo criteri internazionali.  Lo studio su 140 suicidi avvenuti nella città dell’Avana, a Cuba, portarono alla realizzazione di un Modello per l’Autopsia psicologica del suicida (MAP).

Sulla scia degli studi condotti fino ai giorni nostri e sulla base delle esperienze maturate sul campo, di seguito riportiamo nel dettaglio gli aspetti che, dal nostro punto di vista, riteniamo debbano essere indagati nel corso di un’autopsia psicologica e le modalità e gli strumenti attraverso cui suggeriamo di procedere.

In primo luogo, di fronte ad una morte sospetta è necessario porsi alcune domande di carattere generale:

1) è possibile che quella persona specifica abbia commesso suicidio?;  2) è probabile che quella persona abbia commesso suicidio e si possa escludere secondo una linea logica l’omicidio o un incidente?;  3) inoltre, è necessario verificare l’opportunità e le condizioni nelle quali il soggetto ha potuto autoinfliggersi ferite; 4) e cercare di sviluppare in modo più dettagliato possibile tutte le possibili indicazioni relative all’intento del soggetto; 5) infine,  scoprire il movente.

 Fotografie sulla scena:

Le fotografie che vengono scattate sulla scena possono giocare un ruolo molto importante se sono in grado di mostrare nei dettagli: a) tutte le prove trovate sulla scena dell’evento;  b) reperti in grado di dimostrare gli sforzi del soggetto di commettere il suicidio;  c) tutto ciò che può dimostrare le ferite autoinflitte da parte del soggetto: macchie di sangue, residui di polvere da sparo, la postura del corpo della persona che potrebbe trovarsi in una posizione da configurare altamente improbabile un eventuale intervento di un aggressore.

 Indagini sulla scena:

Incominciare le indagini dalla “situazione fisica” della scena: 1) stabilire chi può avere avuto accesso al soggetto trovato morto attraverso test eseguiti con i kit per il rilevamento della polvere da sparo sulle mani o delle macchie di sangue, o verificando la posizione del cadavere; 2) cercare di stabilire se la persona era sola e in luogo sicuro al momento del fatto. È importante documentare che cosa si è dovuto fare per avere accesso al cadavere (ad es. è risultato necessario sfondare la porta dell’appartamento?).

In primo luogo è necessario eliminare i diversi possibili moventi dell’omicidio: a) rapina, b) droga, c) aggressione sessuale, d) problemi familiari o liti; in secondo luogo, è necessario cercare di eliminare mentalmente la natura accidentale delle ferite: ad es. se la causa della morte è un colpo d’arma da fuoco, vicino al cadavere è o non è stato trovato materiale per la pulizia dell’arma?; oppure il soggetto annegato indossava o non indossava un costume da bagno?; o ancora, se la morte è stata dovuta ad avvelenamento da monossido di carbonio, la persona stava o non stava lavorando all’auto in garage? Bisogna dimostrare le intenzioni del soggetto che ha commesso il suicidio: 1) ad es. si è recato in qualche posto? ha preso poi una pistola con relative munizioni?, ha avvolto la pistola in un cuscino così da attutire il rumore dello sparo?, ha trovato un espediente per premere il grilletto? 2) Sono stati trovati annotazioni o biglietti sulla scena? 3) Sono stati trovati sulla scena istruzioni, denaro o beni personali del soggetto destinati a un altro individuo? 4) Sono emerse indicazioni del fatto che il soggetto conosceva la potenziale letalità delle sue azioni (ad es. un farmacista morto per overdose oun tiratore scelto che si è sparato)? 5) Sono emerse delle precauzioni prese dal soggetto per evitare di essere salvato (ad es. porte chiuse a chiave, allontanamento verso una zona isolata, volontà di rimanere solo). Infine, bisogna stabilire il tempo trascorso dalla morte.

 Rimozione del corpo dalla scena

È necessario conservate tutte le prove che possano essere associate per via logica alla meccanica della morte: a) soggetti che si sono impiccati dovrebbero essere rimossi e trasportati con le zone del cappio e dei nodi intatte e, quando possibile, ancora in posizione; b) le vittime delle ferite prodotte da un arma da fuoco devono avere le mani chiuse in sacchetti di carta per il trasporto; c) proteggere aree significative di macchie di sangue sul corpo o sugli abiti del cadavere.

 Trattamento del corpo nell’Istituto di Medicina Legale o all’Obitorio

È importante e necessario prendere le impronte digitali di tutte le persone decedute, soprattutto nei casi in cui le impronte latenti rilevate sulla scena possano risultare di valore fondamentale per avvalorare o escludere il suicidio. Seguire poi le esigenze specifiche che si delineano in base alla meccanica della morte.

 Ulteriori indagini:

Bisogna intervistare i conoscenti noti del suicida: 1) cercare di capire da quanto tempo il soggetto e il testimone si conoscevano e descrivete la natura del loro rapporto. 2) Raccogliere informazioni sui trascorsi del soggetto deceduto: cosa può essere accaduto nella sua vita? La persona stava vivendo importanti cambiamenti? 3) Descrivere possibili atti che potrebbero indicare il suicidio: distribuzione di beni personali o organizzazione per la cura dei figli o degli animali domestici apparentemente poco spiegabili o inspiegabili, parole di commiato pronunciate dal soggetto che non ammettono repliche o sue allusioni a disgrazie imminenti (ad es.: “in ogni caso io non ci sarò più”, oppure “quando non ci sarò più mi rimpiangerete”), situazioni caratterizzate da varie manifestazioni di disperazione indicanti un’angoscia mentale (ad es.: “non me ne importa più niente ormai” oppure “a che serve più ormai?”), commenti dolorosi (ad es. “non ce la faccio più”). 4) È bene cercare di descrivere eventuali cambiamenti fisici che hanno interessato il soggetto (frequenza, gravità e durata): disturbi fisici, insonnia, inappetenza, indigestione, nausea, disturbi intestinali, diminuzione delle pulsioni sessuali. 5) Chi era il confidente più stretto del soggetto?

Infine, i trascorsi del defunto: 1) finanziari: dalle fonti di reddito allo stile di vita del defunto: era proporzionato ai suoi redditi? 2) Eventuali dissesti economici recenti o azioni legali o investimenti oppure perdite al gioco. 3) Valutazione delle situazioni dei conti bancari (ad es. assegni a vuoto) 4)Analizzare la situazione di: ipoteche, fatture della luce, fatture dell’acqua.  6) Recenti problemi con il fisco? 7) Se era un impiegato, gestiva denaro? eventuali revisioni contabili in corso o ricorsi contro una compagnia di assicurazioni? 8) Se invece libero professionista, analizzare le condizioni del suo lavoro: pressato dai creditori? 9) Situazione familiare: sposato, separato, vedovo, divorziato o in cattivi rapporti con il coniuge/convivente, eventuali situazioni di triangolo amoroso; aveva soffertodi un lutto recente oppure aveva processi penali pendenti? 10) Problemi di salute: menomazioni o malattie fisiche? accertamenti medici recenti che avevano diagnosticato problemi gravi?

 Analisi della realtà della Provincia di Trieste

Trieste, la città del Nord Est d’Italia a ridosso del confine con la Slovenia, ha sempre avuto elevati tassi di suicidio sovrapponibili a quelli dei Paesi che sottostavano al dominio dell’Impero Austro-Ungarico (Slovenia, Austria, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia). Alcuni Autori hanno ipotizzato che il tipo di cultura mitteleuropea (improntata al laicismo, all’introversione ed all’individualismo) che permea ancora la bella e raffinata città giuliana, possa avere influito ed influire sul fenomeno del suicidio. Consideriamo adesso le frequenze dei parasuicidi nella Provincia di Trieste in un periodo ben definito (2000-2007): si sono verificati 1654 accessi (843 maschi, 51,0%; 811 femmine, 49%) in Pronto Soccorso per atti di autolesionismo compiuti da 1080 soggetti (514 maschi, 47,6%, 566 femmine, 52,4%) con un totale di eventi ripetuti di 574 (329 maschi, 57,7%, 245 femmine, 42,7%). I soggetti che hanno compiuto un solo tentativo nel periodo considerato sono 884 (412 maschi, 46,6%, 472 femmine, 53,4%), mentre i soggetti che hanno compiuto più di un tentativo sono 194 (102 maschi, 52,6%; 92 femmine, 47,4%). I soggetti che hanno compiuto un atto parasuicidario sono distribuiti con maggior frequenza nella fascia di età di 30-39 anni con 23.2%, i maschi di questa fascia sono il 26,5% e le femmine il 20,3%. I soggetti che hanno compiuto un solo tentativo nel gruppo di età 30-39 anni sono i più numerosi con il 20,9%, di cui maschi il 31,3% e mentre le femmine sono distribuite per il 14,4% nella decade 40-49 anni. Gli eventi parasuicidari nel periodo 2000-2007 risultano essere compiuti prevalentemente da non coniugati (42% del totale, maschi 51,7% del sottogruppo maschile, femmine 31,9% delle donne) seguiti dai coniugati (30,6%, maschi 29,2% degli uomini, femmine 32,2% delle donne). Le cinque modalità di eventi autolesionistici che coprono l’83,15 del campione totale sono l’overdose di psicofarmaci (762 casi con 35,5%) l’uso di alcool (371 casi, 15,8%), il taglio (306 casi, 13,1%) l’assunzione di stupefacenti e sostanze d’abuso (227 casi, 19,7%) l’assunzione incongrua di farmaci esclusi gli psicofarmaci (109 casi, 4,7%). Nel quotidiano Il Piccolo di Trieste di mercoledì 22 febbraio 2012 a pagina 27, nell’articolo “Telefono speciale, salvate 200 vite in 15 anni” di Kenka Lekovich comparivano dei dati interessanti forniti dall’Osservatorio cittadino facente capo al programma di prevenzione della rinuncia alla vita avviato e condotto nel 1997 dall’Azienda per i servizi sanitari triestina assieme a Comune, Provincia e la società di assistenza domiciliare telematica Televita Spa. L’Osservatorio continua a registrare un costante calo del fenomeno suicidio a Trieste: da una media di quasi 25 suicidi/100 mila abitanti tra il 1990 e il 1996, si è passati a 18 suicidi/100 mila tra il 1997 e il 2003 fino agli ultimi 8 anni in cui si è scesi a un tasso di 13/100 mila. Restando comunque sempre al di sopra delle statistiche nazionali (6-10/100 mila) e sfiorando nel 2005, il minimo storico di 10,7. Ma al di là del crudo dato statistico, ciò che i numeri restituiscono è quel senso della speranza e della possibilità la cui assenza per decenni ha connotato Trieste come la più sconsolata e rinunciataria delle città d’Italia. A sfatare questa sorta di “predisposizione all’infelicità”, secondo gli studiosi strettamente connessa agli aspetti storico-geografici e socio-culturali, hanno concorso molteplici fattori. Non ultimo un più diffuso processo di rivitalizzzione della città, sotto l’aspetto sia urbanistico sia demografico sia sociale e culturale, insieme alla ritrovata voglia di futuro dei triestini non più così attaccati ad un “passato che non passa”…(K. Lekovich).


Bibliografia

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Ricostruzione della scena del crimine: approccio olistico

Ricostruzione della scena del crimine: approccio olistico - Crime Scene Investigation
In un recente articolo pubblicato dal Journal of the Association for Crime Scene Reconstruction (*), Tom Bevel, fondatore dell’associazione (ACSR),  presenta l’enorme evoluzione avvenuta dalla nascita della metodologia di ricostruzione della scena del crimine. Con Crime Scene Reconstruction (CSR) si intende, infatti, l’uso di metodi scientifici, prove fisiche e ragionamento deduttivo e l’interrelazione fra questi elementi per ottenere una conoscenza esplicita della serie di eventi implicati nella commissione di uncrimine (Association for Crime Scene Reconstruction, 1997, p. 2).
La CSR  ha visto il passaggio dall’analisi di piccoli dettagli all’analisi olistica dell’intera scena. L’approccio olistico, a cui ormai tutti gli esperti fanno riferimento, anche in Italia, prevede che la scena venga considerata come un sistema in cui tutti gli elementi sono trattati come interdipendenti: il significato di ciascun elemento, azione ed evento è da mettere in relazione con tutti gli altri; il sistema è simile ad organismo biologico per cui se anche un solo elemento viene meno, tutto il sistema decade (Turvey, 2006). Spesso, però, la quantità di tracce da esaminare in laboratorio è talmente elevata che vi è il rischio di perdere la visione globale dell’evento, indispensabile per un approccio olistico.
Tom Bevel, professore associato presso la University of Central Oklahoma, 27 anni di servizio al Dipartimento di Polizia di Oklahoma City, dove fu responsabile dell’unità omicidi, rapine, persone scomparse e omicidi irrisolti, cita come primo caso emblematico di approccio olistico l’omicidio di Pamela e Kermode Jordan, avvenuto il 17 dicembre 1992 a Woodland Park, Colorado. La polizia arrestò Jacob Ind, figlio naturale di Pamela Jordan e figliastro di Kermode, e un’amico di Jacob, Gabriel Adams, che si riteneva fosse stato assoldato da Jacob per l’assassinio dei propri genitori. Le prove fisiche sulla scena del crimine avevano condotto facilmente a Gabriel, il cui coinvolgimento nell’omicidio non poteva essere messo in discussione. La partecipazione di Jacob, invece, non era altrettanto dimostrabile, nonostante le dichiarazioni di Gabriel accusassero l’amico ed evidenziassero la sue responsabilità.
In considerazione dei recenti casi in cui le forze di polizia locale aveva violato i diritti di giovani sospettati di alcuni reati, il giudice decise di far diventare il caso in questione un modello contro gli errori operati in passato. Si stabilì, dunque, che le dichiarazioni di ciascuno dei due ragazzi non avrebbero potuto essere utilizzate nel processo dell’altro. Questa decisione, naturalmente, ebbe delle forti ripercussioni per l’imputato Jacob, la cui responsabilità doveva essere dimostrata ora inequivocabilmente dalle prove fisiche a suo carico presenti sulla scienza del crimine e non semplicemente dalla chiamata in correità di Gabriel.
Tom Bevel fu quindi contattato dal procuratore per effettuare una ricostruzione della scena del crimine che potesse sopperire alla mancanza di prove fisiche in merito al coinvolgimento di Jacob e stabilire se un solo aggressore avrebbe potuto compiere tutti gli atti che erano stati necessari per il compimento del duplice omicidio.
L’accusa decise di cominciare il processo da Gabriel, contro il quale le prove erano schiaccianti. Nella sua analisi Bevel dimostrò non solo che le tracce fisiche indicavano al di là di ogni ragionevole dubbio che Gabriel era autore degli omicidi, ma anche che un solo aggressore non avrebbe potuto compiere tutti gli atti avvenuti nella camera da letto e nel bagno. Il crimine implicava molteplici scene, molteplici armi, vittime ed aggressori. La difesa di Jacob assistette per tutto il tempo all’udienza e alla testimonianza dell’esperto per poi prendere alla sprovvista il consulente dell’accusa con la richiesta di un’udienza voir dire. Con essa si intende una sorta di processo all’interno del processo, un’udienza per stabilire l’ammissibilità delle prove e/o l’attendibilità di un testimone, nel caso specifico, la competenza del consulente, cosa che non era mai stata fatta fino ad allora e per cui Bevel non era preparato. Mai prima di allora era stata messa in discussione la validità e scientificità della CSR.
Di seguito alcune delle domande poste dalla difesa di Jacob:
-In che cosa consiste la metodologia CSR?
- Quali leggi, teorie, principi dirigono l’analisi e possono offrire un fondamento accettabile dalla giuria?
- In quali altri contesti, al di fuori di quello giuridico, è riconosciuta la disciplina?
Al termine della testimonianza, Bevel fu richiamato dal giudice, il quale consigliò vivamente a Bevel e ai suoi collaboratori di raccogliere tutti i dati possibili a sostegno dei fondamenti della propria disciplina e prepararsi per la successiva udienza voir dire.Essi fecero dunque riferimento agli studi e alle ricerche effettuate nel campo dall’800 fino a tempi più recenti, con W. Jerry Chisum e Brent Turvey e il volume Crime Reconstruction del 2007, Bloodstain Pattern Analysis: With an Introduction to Crime Scene Reconstruction pubblicato nel 1997 da Tom Bevel e Ross M. Gardner, ora alla sua terza edizione, e Practical Crime Scene Analysis and Reconstruction di Ross M. Gardner e Tom Bevel uscito nel 2009.
Grazie al lavoro di ricerca di Bevel sui fondamenti scientifici della CSR, Jacob Ind e Gabriel Adams vennero entrambi condannati con sentenza definitiva per il duplice omicidio e la CSR riuscì a superare la sfida in merito alla sua validità e ad essere riconosciuta ufficialmente nelle aule come disciplina.
Nel 2010 l’International Association for identification (IAI) – la più grande ed antica associazione al mondo di professionisti nell’identificazione (impronte digitali, tracce latenti, armi da fuoco, antropologia forense ecc.),, fondata nel 1915 e dedita alla formazione e certificazione degli esperti nel settore - ha infine certificato la Crime Scene Reconstruction, segnando così un passo in avanti nel processo di riconoscimento scientifico della disciplina.
Un ente simile all’IAI, in effetti, esiste anche in Europa: l’European Network of Forensic Science Insitutes, fondato nel 1995 all’Aja, a cui aderiscono istituti forensi di 50 paesi, si pone come obiettivo quello di diffondere, condividere e scambiare esperienze nel campo delle scienze forensi e di giungere a degli standard tecnici di lavoro nei laboratori di polizia scientifica. Nel 2009 la Comunità europea ha riconosciuto l’ENFSI come l’unica voce ufficiale della comunità forense in Europa. Sia la Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato che il RaCIS ne sono membri. Al fine di svolgere correttamente l’attività di Sopralluogo e Repertamento del Raggruppamento Carabinieri Investigazioni scientifiche, per esempio, è stata promossa la costituzione in ambito ENFSI di un gruppo di lavoro Scena del crimine, avente lo scopo di coordinare a livello europeo le attività al fine di standardizzare le procedure e le tecniche.
Avere a disposizione delle procedure standard per la ricostruzione della scena di un crimine può non solo condurre all’identificazione dell’autore, ma anche consentire di scagionare un indagato, come nei casi descritto da Chisum, esperto in criminalistica del Dipartimento di Giustizia della California (Chisum, 2011).
Sue aveva denunciato Betty, ex del proprio attuale compagno, di averla aggredita insieme ad altre due donne, di averle tagliato la camicia e inflitto 20 profondi tagli sulla schiena. Solo dopo aver lottato per alcuni minuti era riuscita finalmente a liberarsi e a fuggire dai suoi aggressori. Secondo quanto riportato da Sue le ferite erano sanguinanti. Le dichiarazione della vittima vennero confrontate con tutti gli elementi a disposizione degli esperti: le foto delle ferite mostravano, in realtà, solo dei tagli superficiali, più simili a dei graffi che avrebbero potuto essere anche auto inflitti; la camicia presentava posteriormente solo un taglio parziale, con un profilo dentellato nella parte superiore là dove il tessuto appariva raggrinzito. Un attento esame della camicia non trovò tracce di sangue nella parte interna del tessuto. Tutti gli elementi fisici esaminati erano in contraddizione con le dichiarazioni della vittima, che aveva in realtà inscenato l’aggressione. Betty venne, dunque, rilasciata.
Nel secondo caso descritto, una donna, al nono mese di gravidanza, venne trovata nel garage di casa dalla figlia di 10 anni di ritorno da scuola: il corpo era su una sdraio, la testa presentava una apertura  al centro e un’arma da fuoco era appoggiata ai suoi piedi. La Bloodstain Pattern Analysis condusse ai seguenti risultati:
-          Le macchie di sangue sulle braccia e mani della vittima non corrispondeva con il sangue che sarebbe risultato da un colpo d’arma da fuoco alla testa;
-          Il colpo fu sparato in direzione parallela al pavimento, come dimostrato dalle schizzo di sangue sul muro dietro alla donna;
-          La cintura della vittima si trovava al di sopra del seno.
Questi primi elementi suggerivano che la donna fosse stata picchiata altrove e successivamente appoggiata sulla sdraio dove avrebbe ricevuto lo sparo. All’interno della casa furono rilevate tracce di sangue da cast-off e schizzi sui muri e soffitto della cucina e della sala da pranzo. Vennero ritrovate diverse pentole con numerose macchie di sangue. Il marito della vittima aveva un alibi perfetto: era stato visto sul posto di lavoro un’ora prima che la figlia tornasse a casa da scuola e non se ne era mai allontanato. Le indagini portarono ad un compagno d’armi dell’uomo, che era stato incaricato dell’omicidio della moglie. L’uomo venne quindi condannato a due pene capitali.
Si era trattato dunque di un altro “staged crime”: se la donna fosse stata tramortita dal primo colpo inferto dall’assassino, senza che il sangue lasciasse quelle tracce secondo quel pattern all’interno della casa e sul corpo della vittima, probabilmente l’evento sarebbe stato archiviato come suicidio.
 Dott.ssa Silvia Oggiano
  
Bibliografia
* The Evolution of Crime Scene Reconstruction from Proto-analysis to Holistic Analysis: A Court Case that Assisted in this Evolution, in Journal of the Association for Crime Scene Reconstruction, 17(2), 25-29, 2011.
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Bevel T., Gardner R. M., Bloodstain Pattern Analysis with an Introduction to Crime Scene Reconstruction, Third Edition, CRC Press, 2008.
Chisum W. J., Turvey B., Crime Reconstruction - "A Holistic Approach to Crime Reconstruction"Elsevier, 2006.
Chisum W., Turvey B.,Crime Reconstruction - Elsevier Science, Boston, 2007.
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Gardner R. M., T. Bevel, Practical crime scene analysis and reconstruction, CRC Press, 2009.
 
 
 
 
 
 

  

 
 

Falsi Ricordi

Falsi Ricordi - Crime Scene Investigation

E’ possibile impiantare nella mente di un adulto falsi ricordi di esperienze traumatiche risalenti all’infanzia?

 

 

Attorno a questo quesito di estremo rilievo si dipana, da tempo, un acceso dibattito scientifico che ha visto contrapposti, talvolta in modo radicale, folte schiere di scienziati, ricercatori e professionisti che operano nel settore della psicologia forense e della psicoterapia. Gli studi sulla fallibilità della memoria autobiografica, la diatriba sul ritorno del rimosso, le evidenze empiriche sugli effetti connessi a pressioni suggestive ed interpersonali sono settori di indagine che si trovano -come ad un crocevia- sinergicamente intrecciati a generare un panorama di conoscenze quanto mai fascinoso e complesso.

Poche controversie all’interno della psicologia hanno assunto toni così drammatici come quella concernente la veridicità/falsità dei ricordi repressi o recuperati di esperienze traumatiche infantili, specialmente in relazione a contesti altamente problematici come quelli di abuso sessuale. Già a partire da metà degli anni ’70 fino ed oltre il boom degli anni ’90, con la fondazione della False Memory Syndrome Foundation nel 1992 (Freyd, 1999), sono proliferati infatti molteplici studi sperimentali che, partendo dal concetto di ricordo ed esperienza traumatica, hanno cercato di individuare un modello capace di impiantare un falso ricordo autobiografico per poterne meglio studiare le caratteristiche e gli effetti sulla persona.

Per ridurre la questione ai minimi termini possiamo affermate che il fulcro nodale che sostanzia questo settore di studi si dipana attorno alla domanda se la memoria, in particolare quella infantile o quella che riguarda esperienze infantili, sia sufficientemente accurata e precisa oppure sia vulnerabile alla suggestione e, in quanto tale, imprecisa o addirittura inesatta fino al punto da generare falsi ricordi.

Gli studi ormai classici condotti nel campo della psicologia testimoniale in prevalenza su materiale di tipo neutro e non autobiografico (ad esempio l’esposizione ad uno filmato, un racconto, una scenetta quale un incidente d’auto, un furto, etc.) sull’effetto di misinformazione (Pezdek, 1977; Loftus et al., 1978; Schooler & Loftus, 1986; Zaragoza & Mitchell, 1996) hanno evidenziato che la presentazione di un’informazione erronea successiva all’esposizione allo stimolo può interferire con i processi di recupero del materiale mnestico, favorendo l’accettazione dell’elemento fuorviante suggerito attraverso domande formulate in modo induttivo.

Questo filone di ricerca porta a concludere che a certe condizioni non tutti, ma una certa percentuale di soggetti distorce le informazioni e può farle proprie incorporandole nel ricordo dell'evento originario. Non è tuttavia affatto chiaro se questo fenomeno agisca solo nelle condizioni in cui il materiale da ricordare sia del tutto nuovo e sconosciuto o anche quando il riferimento è ad esperienze personali di eventi realmente vissuti e se la valenza negativa o positiva dell’evento stesso abbia un peso (Di Blasio & Vitali, 2004).

Occorre, pertanto, tener presente che rievocare erroneamente non equivale a possedere un falso ricordo. Infatti, l'acquisizione di informazioni errate non necessariamente determina la cancellazione o l'alterazione permanente delle preesistenti tracce mnestiche (McCloskey & Zaragoza, 1985). Più propriamente si possono verificare fenomeni di sovrapposizione o appaiamento delle informazioni provenienti da diverse fonti rispetto alle quali il soggetto deve operare una scelta (Bartlett, 1932; Mazzoni, 1991).

Sulla scia di questi risultati si è andato, in seguito, affermando il tentativo di impiantare falsi ricordi infantili nella mente di soggetti adulti, sulla base delle ricerche pionieristiche di Loftus (Loftus, 1993), in cui Chris, un ragazzo di 14 anni, sottoposto a sedute sperimentali suggestive, riferì in dettaglio il ricordo di un’esperienza infantile che non aveva in realtà mai vissuto. L'effetto della potente suggestione derivava dal fatto che, nella procedura di ricerca, una persona significativa, in questo caso il fratello, aveva raccontato e sostenuto con forza di ricordare che Chris a 5 anni si era perso in un grande centro commerciale per un periodo prolungato di tempo. L’effetto di questo esperimento fu che Chris non solo produsse un racconto dettagliato e ricco della vicenda, in due interviste successive a quella suggestiva, ma valutò anche la chiarezza del proprio ricordo come molto elevata, proprio come se ritenesse di averlo realmente vissuto (Loftus & Ketcham, 1994). A partire da questo risultato su un singolo soggetto, Loftus e coll. hanno cercato di perfezionare il paradigma di ricerca facendo leva sul potere persuasivo derivante dall'affidamento che abitualmente si ripone sul giudizio/ricordo di una persona affettivamente importante.

Questo paradigma di studio, tuttavia, nel suo evolvere non sempre ha sostenuto una corretta applicazione dei dati, soprattutto in relazione al fatto che spesso sono stati impropriamente estesi ad ambiti applicativi non rigorosamente scientifici, subendo una peculiare contaminazione che li ha visti come un insieme indistinto, impiegati per dimostrare l’estrema fallacia e vulnerabilità dei meccanismi psichici o per sostenere l’autonomia e la resistenza alle pressioni altrui (Di Blasio & Vitali, 2004).

Sulla base delle ricerche condotte dal gruppo di Loftus, altri ricercatori, adottando metodologie analoghe o la procedura originale, hanno cercato in seguito di estendere i risultati ottenuti ad altre tipologie di ricordi meno usuali come trascorrere una notte in ospedale (Hyman et al., 1995; Devitt, 1995), avere una mano incastrata in una trappola per topi (Ceci et al., 1994a), rovesciare ad un matrimonio la ciotola del punch sul vestito dei genitori della sposa (Hyman & Pentland, 1996), cadere dal triciclo e ferirsi ad un ginocchio (Ceci et al., 1994b), presenziare ad un rito religioso (Pezdek et al., 1997), aver rotto una finestra con la propria mano (Heaps & Nash, 1999) e altri ancora. I risultati di questi tentativi non hanno condotto a confermare pienamente i risultati delle ricerche pionieristiche di Loftus (Di Blasio & Vitali, 2004).

Ma quali sono allora le condizioni che determinano o facilitano la creazione di un falso ricordo? Non tutti gli eventi hanno la stessa probabilità di aderire alle strutture di memoria già esistenti, dato che il livello di familiarità degli episodi rispetto alle esperienze reali del soggetto e soprattutto la loro intrinseca plausibilità, giocano un ruolo affatto secondario. Pedzek et al. (1997) e Pedzek & Hodge (1999) hanno, infatti, dimostrato che non tutti i falsi ricordi possono essere impiantati e soprattutto che quanto più essi si discostano da attività o eventi routinari tanto più diventa difficile riuscire ad immetterli in memoria. Gli autori sottolineano come il livello di plausibilità sia una delle variabili mediatrici più importanti nella strutturazione dei ricordi. Resta infatti un punto fermo nella ricerca che eventi fuori del comune e soprattutto eventi che fanno direttamente leva su esperienze corporee dolorose o intime sono impossibili da assimilare come falsi ricordi, perché nella memoria dell’individuo non esiste lo script corrispondente e nemmeno può essere creato a posteriori, a causa della natura straordinaria dell’esperienza stessa. Non è, infatti, possibile impiantare un falso ricordo relativo, ad esempio, all’esperienza di un clistere, situazione peraltro molto più similare all’esperienza di un abuso sessuale, rispetto alla paura di perdersi in un grande magazzino (Pedzek et al., 1997; Pedzek & Hodge, 1999), condizione più comune e diffusa, per la quale è possibile che ognuno si costruisca nel corso della vita uno script.

E’ stato poi dimostrato che vi sono altri fattori che possono, invece, facilitare l’instaurarsi del fenomeno suggestivo: il ricorso a tecniche immaginative o tecniche associano al paradigma del falso ricordo la richiesta di descrivere immagini mentali Anche particolari tecniche d’interpretazione di sogni (Belli & Loftus, 1994; Mazzoni et al., 1999) o forme di rilassamento e/o di regressione ipnotica (Lynn, Malinosky & Sivec, 1996) sembrano condizioni che incrementano il rischio di creazione di falsi ricordi e gli effetti di falsa sicurezza rispetto alla rievocazione di eventi autobiografici.

Ma gli effetti di suggestionabilità devono essere intesi come una funzione dell’interazione tra la natura della pressione interpersonale esercitata dall’interlocutore e la propensione/tratto individuale alla suggestionabilità (Brown et al., 1998). Vi sono, infatti, individui che sono in grado di resistere agli effetti suggestivi in condizioni connotate da forti pressioni esterne, mentre altri più suggestionabili che, in qualunque condizione, possono accettare le informazioni fuorvianti che vengono loro suggerite.

Risulta, quindi, importante anche valutare il ruolo della suggestionabilità individuale rispetto alla possibilità di creazione di un falso ricordo infantile.

Questi aspetti sono stati indagati in una ricerca condotta su un campione di 54 giovani adulti -selezionati a partire da un campione di 188 soggetti-, suddivisi in gruppi differenziati per punteggi di alta e bassa suggestionabilità (attraverso la scala GSS1 di Gudjonsson, 1984) e sottoposti al paradigma del falso ricordo (con un falso episodio traumatico connesso ad una lieve violenza fisica risalente all’epoca di 7 anni, Di Blasio & Vitali, 2003).

 

Complessivamente i risultati hanno messo in evidenza che:

-    non è sufficiente fare affidamento sul giudizio di una persona affettivamente significativa (in questo caso un genitore) per accettare come vera una falsa esperienza e produrne un ricordo dettagliato a cui corrisponda la formazione di una traccia mestica accessibile e recuperabile nel tempo;

-          non è sufficiente una condizione di suggestione strutturata sulle richieste implicite indotte dal contesto o da pressioni di natura interpersonale per indurre un falso ricordo di un’esperienza traumatica a valenza fisica risalente ad un epoca infantile in un soggetto giovane-adulto;

-          la memoria autobiografica relativa ad episodi risalenti all’infanzia è una funzione solida ed affidabile che permette una rievocazione accurata degli eventi realmente accaduti e una corretta discriminazione rispetto a materiale mnestico nuovo o falso;

-          i soggetti altamente suggestionabili posti di fronte a materiale mnestico di natura neutra manifestano maggiori difficoltà nella rievocazione, una tendenza a prestare minor attenzione ai propri processi metacognitivi e una minore resistenza cognitiva soprattutto rispetto agli effetti di pressione interpersonale; questo tuttavia non implica che il livello di suggestionabilità individuale sia determinante rispetto alla possibilità di indurre il falso ricordo di un’esperienza traumatica e non plausibile mai vissuta (Vitali, 2003).

 

Risulta, globalmente, evidente come la suggestionabilità come tratto individuale non costituisca un mediatore centrale del fenomeno; attraverso il preventivo controllo della veridicità/falsità degli eventi sottoposti all’attenzione dei soggetti sottoposti alla ricerca, si è potuto verificare che nemmeno l’induzione suggestiva intesa come specifica forma di pressione interpersonale legata alle procedure d’intervista abbia condotto alla creazione di falsi ricordi.

Proprio per l’estrema delicatezza delle implicazioni connesse a questo filone di ricerca, il pattern di risultati che emerge dal presente lavoro acquista un interesse anche per quanto concerne il ruolo delle rivelazioni di abuso, maltrattamento e violenza che vengono effettuate, in contesti testimoniali o psicoterapici, in età adulta in relazione ad episodi accaduti nell’infanzia.

La complessa questione dei falsi ricordi viene chiamata in causa ogniqualvolta viene alla luce un abuso sessuale non confermato dalle dichiarazioni dell'abusante e ogniqualvolta un soggetto adulto recupera il ricordo di violenze subite in epoca infantile, condizioni che pongono all’attenzione di ricercatori, psicologi clinici, esperti di psicologia testimoniale, nonché alla stessa opinione pubblica, la delicata questione della valutazione della validità e accuratezza delle dichiarazioni infantili e la comprensione dei meccanismi che regolano il riemergere di materiale mnestico dimenticato, represso o rimosso. I dati emersi supportano complessivamente la posizione di coloro che non considerano possibile instillare un falso ricordo di un’esperienza traumatica plausibile che invade la sfera corporea risalente ad un’epoca infantile (Vitali, 2003).

Questo tipo di modello si rivela fortemente congruente con i risultati di Pezdek & Roe (1997) che dimostrano che è molto più semplice alterare o modificare ricordi di eventi mai accaduti, piuttosto che impiantarli ex novo. Ci preme a questo punto ricordare anche che alterare i ricordi di eventi neutri e non personalmente coinvolgenti non corrisponde affatto ad instillare falsi ricordi di interi episodi traumatici (Oakes & Hyman, 2000).

Risulta, alla luce di queste evidenze, incontrovertibile quanto sia fondamentale mantenere un atteggiamento scientificamente fondato, evitando di decontestualizzare risultati ottenuti in laboratorio ad ambiti di vita quotidiana e di generalizzare dati derivanti da paradigmi teorico-applicativi settoriali alla pratica forense o psicoterapeutica, senza preventivamente considerarne le caratteristiche e specificità.

 

Vitali R. (2006) E’ possibile impiantare nella mente di un adulto falsi ricordi di esperienze traumatiche risalenti all’infanzia? Approfondimento pubblicato sul sito Tesionline, 2 Agosto:

 http://www.tesionline.it/approfondimenti/articolo.jsp?id=161&sID

 

 

Indicazioni bibliografiche

 

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Brown, D., Sheflin, A.W. e Hammond, D.C. (1998) Memory, trauma treatment and the law. New York: Norton e Company.

Ceci, S.J., Huffman, M.L.C., Smith, E. e Loftus, E.F. (1994a) Repeatedly thinking about a non-event: source misattributions among preschoolers. Consciousness and Cognition, 3, 388-407.

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Di Blasio, P. e Vitali, R. (2003)Suggestibility and false memory. Paper presented at the symposium: Factors influencing suggestibility and false-memory formation. “XIth European Conference on Developmental Psychology”. Catholic University, Milan, 27-31 August.

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Schooler, J.W. e Loftus, E.F. (1986) Individual differences and experimentation: complementary approaches to interrogative suggestibility.Social Behaviour, 1, 105-112.

Vitali, R. (2003) Suggestionabilità e falsi ricordi. Tesi di Dottorato. Università Cattolica del Sacro Cuore. Milano.

Zaragoza, M.S. e Mitchell, K.L. (1996) Repeated exposure to suggestion and the creation of false memories: Psychological Science, 7, 294-300. 

Poligrafo e menzogna

Poligrafo e menzogna - Crime Scene Investigation
È possibile individuare la menzogna?
Contrariamente alle convinzioni diffuse nell’opinione pubblica, non esistono degli indicatori che ci permettono di concludere con una buona probabilità che una persona sta mentendo: in letteratura numerosi studi hanno dimostrato come neppure professionisti, quali agenti di polizia, investigatori, giudici, nonché membri dell’FBI e della CIA sono più abili dell’uomo comune nell’individuare la menzogna, una capacità che si attesta raramente al di sopra del 60% (1, 2).
In un recente articolo pubblicato sul Journal of American Academy of Psychiatry and Law, Don Grubin, professore di psichiatria forense presso la Newcastle University riassume i risultati della ricerca sull’uso del poligrafo o macchina della verità, uno strumento in grado di registrare simultaneamente l’attività cardiovascolare, respiratoria e la conduttanza cutanea del soggetto che vi viene sottoposto (3).
Grubin sottolinea come la spettacolarizzazione nell’uso del poligrafo - utilizzato recentemente anche in alcune trasmissioni televisive in Italia - sia fuorviante e assolutamente non corrispondente al suo uso reale. Non è mai stata dimostrata l’esistenza di una specifica risposta fisiologica alla menzogna (4): ciò che il poligrafo è in grado di rilevare è unicamente l’attività fisiologica associata all’arousal del sistema nervoso autonomo. Se tale arousal sia determinato dall’ansia creata dal contesto di valutazione, dal timore di essere colto nell’atto di mentire, o dal maggiore impegno cognitivo richiesto dal dover ricostruire gli eventi per coprire la realtà, non è ancora chiaro, sebbene le teorie più recenti siano più orientate a dare importanza al contesto di “minaccia” e di arousal emotivo creato nel soggetto dall’uso di tale strumento (5, 6, 7).
I critici sostengono che il poligrafo possa essere facilmente aggirato con un adeguato training (moltissime informazioni possono essere trovate anche sul web!) e concludono affermando che la sua efficacia è stata ormai screditata. In effetti, la sua accuratezza oscilla tra il 50 e quasi il 100% a seconda dei contesti in cui viene testato, tant’è che, secondo Grubin, molte delle controversie sulla sua utilità nascono dal non aver differenziato i vari contesti di applicazione.
Una ricerca condotta negli Stati Uniti dal National Research Council (8) ha concluso per un’accuratezza tra l’81 e il 91%, una percentuale troppo bassa, per esempio, per un settore come quello del controllo sicurezza, in cui ci si attende un numero esiguo di dipendenti che recano danno all’azienda per cui lavorano e, pertanto, in cui il numero dei falsi positivi sarebbe troppo elevato. I ricercatori ritengono invece che quando nella popolazione target ci si attende un numero di soggetti mendaci superiore al 10%  - come presumibilmente avviene nella popolazione criminale - il poligrafo possa diventare un valido strumento.
Tutt’altro scenario riguarda invece il setting clinico. Per ragioni ancora da chiarire, il poligrafo sembra aumentare la probabilità che il paziente riveli informazioni importanti (9). Grubin riporta i dati dei programmi di valutazione dei test effettuati su detenuti per reati a sfondo sessuale che mostrano come l’utilizzo di questo strumento faciliti nel paziente la rivelazione di informazioni più accurate in merito alle vittime, ai reati commessi e alla propria storia personale relative a fantasie, età di inizio del comportamento deviante ed altri dettagli. I sostenitori del poligrafo attribuiscono questi risultati al fatto che lo strumento possa costituire una sorta di protezione, in quanto il soggetto potrebbe essere spinto a rivelare più informazioni per non dover essere costretto successivamente a spiegare un risultato negativo alla macchina. I critici, invece, sostengono che questo effetto sia il risultato della fiducia dell’esaminato nell’accuratezza dello strumento e che, pertanto, si tratti di un cosiddetto truth effect: i soggetti riportano più elementi perché credono di essere collegati ad una macchina che è in grado di individuare accuratamente le menzogne (1, 10, 11, 12).
Attualmente il poligrafo viene utilizzato nell’indagine sul crimine dalle forze di polizia di molti paesi e vi sono aneddoti riguardanti la sua utilità in molti casi, ma mancano dati di ricerca (13).
Le controversie relative al suo utilizzo nelle indagini criminali, nella selezione e valutazione del personale e nel settore della sicurezza derivano dal fatto che in queste aree l’enfasi è sul superamento o fallimento del soggetto al test, un aspetto per cui la questione dell’accuratezza dello strumento diventa cruciale. Il suo uso nel trattamento dei detenuti per reati a sfondo sessuale, invece, appare più promettente poiché in questo caso l’enfasi non è sul superare o fallire il test, ma sul facilitare la rivelazione. Il risultato del test in sé è meno importante dell’informazione che viene fornita dal soggetto. Poiché nessuna azione viene intrapresa solo e semplicemente sulla base di tali risultati, anche un’accuratezza che varia fra l’80 e il 90% risulta sufficiente.
Sulla base di queste considerazioni, Grubin conclude affermando che in ogni caso il poligrafo dovrebbe essere solo uno degli strumenti utilizzati e che le valutazioni dello psichiatra forense dovrebbero sempre basarsi su una molteplicità di elementi e di strumenti.
 
Silvia Oggiano
 
 
1)      Vrij A., Detecting lies and deceit (ed. 2), Wiley and Sons, Chichester, UK, 2008.
2)      Ekman P., O’Sullivan M., Who can catch a liar?, in American Psychologist, n. 46, pp. 913-920, 1991
3)      Grubin D., The Polygraph and Forensic Psychiatry, in Journal of the American Academy of Psychiatry and Law, n. 38, pp. 446-451, 2010.
4)      Saxe, L., Dougherty, D., & Cross, T. P., Scientific validity of polygraph testing, Report for the U.S. Congress Office of Technology Assessment, U.S. Government Printing Office
Washington, DC, 1983.
5)      Kleiner M., Physiological detection of deception in psychological perspectives: a theoretical proposal, in Handbook of Polygraph Testing, Academic Press, London, pp. 127–82, 2002.
6)      Bell B.G., Grubin D., Functional magnetic resonance imaging may promote theoretical understanding of the polygraph test, in Journal of Forensic Psychology and Psychiatry, n. 21, pp. 52–65, 2010.
7)      Senter S., Weatherman D., Krapohl D., et al., A proposal for reconciling theory and terminology in polygraph testing, in Polygraph n. 39, pp. 109–17, 2010.
8)      National Research Council, The Polygraph and Lie Detection. Committee to Review the Scientific Evidence on the Polygraph, The National Academy Press, Washington, DC, 2003.
9)      Grubin D: A trial of voluntary polygraph testing in 10 English probation areas, in Sex Abuse, n. 22, pp. 266–78, 2010.
10) Fiedler K., Schmid J., Stahl T., What is the current truth about polygraph lie detection?, in Basic and Applied Social Psychology, n. 24, pp. 313–24, 2002.
11) Cross T., Saxe L., Polygraph testing and sexual abuse: the lure of the magic lasso, in Child Maltreatment, n. 6, pp. 195–206, 2001.
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